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veneziabarcamp (1)Il mio caro amico maialinporcello in un commento al post precedente mi chiedeva com’era andata al BarCamp di VeneziaCamp. Rispondo brevemente, poi però colgo l’occasione per approfondire un pochino una questione che mi ha sempre turbato parecchio.

È andata molto meglio della maggior parte dei tanti convegni ed eventi ai quali ho partecipato in passato. Ho conosciuto persone che fanno cose interessanti e mi è piaciuta l’atmosfera informale.

veneziabarcamp2

C’è tuttavia una cosa che non mi è piaciuta: il cartellino (badge) che ci si deve appuntare da qualche parte per essere riconosciuti, come accade in tutti gli altri convegni. Questa volta sul cartellino c’era scritto BLOGGER. Si tratta certamente di un dettaglio marginale rispetto al valore dell’evento in sé e non mi sono certo irretito solo perché mi hanno dato questo cartellino ma la riflessione che ne emerge non è affatto marginale.

Io non sono un blogger, anche se in certi periodi scrivo molto sul blog, commento molto quelli degli altri, ne seguo svariate centinaia, talvolta esorto le persone a trarre vantaggi dall’impiego di un blog e scrivo articoli su “come stare online”.

Semplicemente, impiego il blog in alcuni aspetti della mia attività quando questo si rivela utile per gli obiettivi che mi sono prefissato.

Io non sono un professore, anche se insegno all’università.

Semplicemente, svolgo le funzioni di professore nei precisi momenti nei quali faccio cose utili (forse) per gli studenti che mi vengono affidati in alcune precise circostanze. Quando esco da un istituto e passeggio per la città oppure a casa, dopo avere risposto alle email degli studenti, giro in Internet per i fatti miei, allora non sono un professore ma sono uno dei tanti.

Io non sono un fisico, anche se ho conseguito una laurea in fisica, ho insegnato fisica per un po’ e ho scritto degli articoli di fisica.

Semplicemente, sono uno che in alcune circostanze tende a vedere il mondo in modo conforme ad un paradigma di conoscenza che nella nostra epoca è unanimemente condiviso per costruire quella conoscenza del mondo che chiamiamo fisica.

Io non sono un matematico, io non sono un informatico e via e via …

Io non sono intelligente, anche se mi sono laureato, ho ricoperto un ruolo di ricercatore e poi di professore, ho accumulato un curriculum, ho risolto alcuni problemi o capisco qualche lingua o altro ancora.

Semplicemente, sembro intelligente ad alcune precise persone e in alcune precise circostanze. Ad altre persone ed in altre circostanze sembro del tutto stupido. Per esempio, quando non capisco le questioni di politica universitaria e magari mi chiamano per votare in una certa adunanza e per un certo fine e poi voto all’incontrario perché non ho capito la questione, ebbene allora sembro decisamente stupido.

Io non sono buono, non sono cattivo, non sono pigro, non sono attivo e via e via …

santoro (1)

Don Santoro ascolta la testimonianza dell'unico prete presente ...

Domenica scorsa sono stato all’ultima messa celebrata da Don Alessandro Santoro, l’ultima prima di essere confinato nel limbo affinché si ravveda e impari a non dare più scandalo, per ordine del vescovo Betori. Una delle tante storie – queste sì effettivamente scandalose – di piccoli grandi uomini che si scontrano con il potere.

Don Santoro, fra tante altre cose, ha richiamato l’attenzione sull’abuso frequente dell’aggettivazione [o predicato nominale] – buono, cattivo, intelligente, stupido, volenteroso, pigro, sincero, bugiardo, nero, bianco, ateo, credente, dotto, ignorante … – e ha ricordato che invece ci dovremmo sempre riferire alle persone con il loro nome e basta.  Ogni persona ha la sua storia, unica al mondo, la sua particolare combinazione di sensibilità e di attitudini, le sue particolari ed uniche potenzialità. L’attribuzione di un’etichetta ad una persona equivale all’imposizione di un limite che impedisce di conoscerla, equivale a ridurre le possibilità di comunicarle e di comprenderla.

Lo stesso concetto è stato evidenziato molto chiaramente da Massimo Papini, professore di neuropsichiatria infantile, nella discussione che è seguita alla proiezione de “Il grande cocomero” nell’ambito di CIN@MED, dove ci si riferiva in particolare alla relazione fra il medico ed i suoi piccoli pazienti e i loro genitori.

La questione che si pone, quando in una relazione di cura si ignorano le etichette e ci si avvicina alla persona, è quella del pericolo di un eccessivo coinvolgimento emotivo che può per esempio minare l’azione professionale e dar luogo a fraintendimenti.

In questa strana e ipocritamente ovattata società la parola pericolo fa paura. Sembra che tutto debba esser fatto senza correre rischi. Eppure ci sono tante attività nelle quali il rischio è evidente e inevitabile. Volare, navigare, abbattere un albero, montare un ponteggio, costruire un tetto sono tutte attività pericolose. Si possono prendere cautele ed evitare di fare sciocchezze ma non si può eliminare il pericolo. Ci si assume un rischio inerente ad un’azione perché ci si aspetta che questa rechi un beneficio, ci si aspetta che ne valga la pena.

E in mestieri come quello del medico o dell’educatore, non vale forse la pena di correre qualche rischio per conoscere meglio la persona da curare o da educare al fine di compiere azioni utili anziché dannose?

Fra le migliaia di studenti che ho conosciuto ce ne sono tanti che hanno fatto esperienze di studio all’estero oppure che sono stranieri e sono venuti a studiare in Italia. Io amo parlare con i miei studenti e in questi casi, se le circostanze lo consentono, chiedo loro di raccontarmi le loro impressioni sul confronto fra i diversi sistemi di istruzione. Fra le tante considerazioni particolari vi è un elemento ricorrente: la mancanza di rispetto che in Italia si ha per l’allievo.

Altrove, in generale, gli studenti vengono ascoltati e le loro impressioni contano nella valutazione della qualità degli insegnamenti, con conseguenze concrete. Il fatto che, per esempio, un professore non si presenti ad una lezione è un fatto grave e va giustificato. I rapporti sono molto più informali e esorbitano facilmente dall’ambito rigido della lezione frontale. Si fa tanta più pratica e tanta meno teoria e questo facilita ulteriormente la personalizzazione delle relazioni.

Qui uno studente è un membro dell’insieme degli studenti e basta. Raramente diventa una persona. Il professore è difficilmente accessibile, non ama essere messo in discussione, tende a sottovalutare le valutazioni degli studenti.

Studenti e professori son ben schermati dietro alle rispettive etichette.

La formalità delle relazioni inter-categoria e l’informalità di quelle intra-categoria creano un banale e ipocrita concetto di rispetto che congela le relazioni personali importanti e crea mostruosità sociali. Tante scuole e università italiane, se pensate come soggetti in un mondo dove

  • le organizzazioni operano in un contesto estremamente competitivo e dinamico
  • l’utente è universalmente posto al centro
  • la conoscenza è perseguibile in una grande varietà di modi anche nuovi e diversi
  • l’autorevolezza non è più solo amministrata ma è anche e forse soprattutto continuamente rinegoziata,

ebbene, tante delle nostre scuole e università sono delle mostruosità burocratiche, scarsamente produttive e gestite in modi arcaici.

More about CittadinanzadigitaleGli studiosi di tecnologie per l’insegnamento sostengono che affinché queste possano essere adoperate con successo è necessario valorizzare la centralità dell’utente. Un buon esempio per esempio è questa relazione di Mario Rotta, recentemente apparsa anche nella pubblicazione Cittadinanzadigitale (Edizioni Junior, 2009) curata da Luisanna Fiorini.

È vero purché non si pensi che la centralità dell’utente sia una questione che concerne solo l’impiego di nuove tecnologie e in particolare che sia un effetto magico di quest’ultime. Le nuove tecnologie applicate alla formazione, così come la scuola e l’università nelle loro forme più convenzionali possono funzionare in modo adeguato rispetto alle necessità della società se si rimette lo studente al centro, sì, ma partendo dal rispetto per la sua persona, al di là di ogni sua apparenza e appartenenza.

È prima di tutto una questione di rispetto.

P.S.

Può essere interessante vedere questo video di Ken Robinson


VeneziaCamp2009

Vado ad un convegno per cercare di capire perché non vado ai convegni, in un certo senso.

Si tratta del BarCamp di VeneziaCamp, una costellazione di eventi spalmata su tre giorni presso l’Arsenale di Venezia. I BarCamp sono convegni sbarazzini in salsa Web 2.0. Cito dal wiki dell’evento:

Il barcamp è una conferenza generata dai partecipanti: nessuno è spettatore e tutti contribuiscono alla riuscita dell’evento portando un progetto, un idea, preparando una presentazione, partecipando alla discussione o aiutando nell’organizzazione. Insomma, non è la classica conferenza in cui esiste un tema prefissato e una rigida scaletta degli interventi e degli argomenti da trattare.

Anche se pare che molti BarCamp finiscono con l’essere dei convegni normali riverniciati questo forse sarà buono.

Ho partecipato e contribuito a tanti covegni in passato, all’inizio per forza, poi perché si faceva così e infine non ci sono andato più, da diverso tempo. I convegni costano un mare di soldi e non servono quasi a nulla. Non certo in tale quantità e frequenza.

Nel mio molto multidisciplinare vagabondaggio mi son trovato a partecipare ai convegni del momento della disciplina che mi occorreva di percorrere. Essendo tuttavia, appunto, un vagabondo prima o poi mi capitava di ficcare il naso in qualche altra parte di mondo e quindi la partecipazione ai congressi precedenti si rivelava inutile, sempre più inutile.

Infatti, ai congressi si va soprattutto per sviluppare e consolidare le proprie posizioni accademiche o di categoria, non certo per l’aggiornamento scientifico: sequenze interminabili di presentazioni lampo (8-10 minuti) ognuna di queste cocktail letale di quantità esorbitante di informazioni scarsamente rilevanti ed ancor meno rilevanti risultati preliminari, di sterile tecnica espositiva standardizzata sulle famigerate slide powerpoint, di onerosa digestione di cibi da catering dozzinale. La morte della comunicazione.

Comunque, in buona parte ho smesso di andare ai congressi perché non ho niente da consolidare, e questo perché, in sostanza, sono un vagabondo.

Ecco, vado invece al VeneziaCamp2009 perché ci  potrei trovare lumi su tale natura di vagabondo e forse potrei trovare conferma che non si tratta di una stranezza del sottoscritto bensì di un fenomeno di ben più vaste proporzioni.

E come ho fatto a scoprire che forse proprio a quel convegno, fra i tanti che ci sono, potrei trovare simili spiegazioni? L’ho scoperto per una sequenza di circostanze fortuite che si sono concretizzate nella pubblicazione di un testo, che molti miei studenti conoscono bene, Coltivare le connessioni. Come “stare online”, in un libro, Cittadinanzadigitale, curato da Luisanna Fiorini. More about Cittadinanzadigitale

Tralascio i particolari per dire solo che oggi un testo che tu hai scritto per un motivo preciso, in questo caso per spiegare qualcosa ai tuoi studenti, se lo affidi alla rete se ne va galleggiando e magari finisce con l’approdare in un luogo straniero. E tu incuriosito gli vai dietro domandandoti chi siano gli abitanti di quel luogo.

Vengo quindi a conoscenza di personaggi misteriosi che parlano lingue difficili ma che dicono cose che sembrano interessanti. Qualcosa capisco e qualcosa intuisco, molto mi è oscuro ma tutto ciò genera curiosità. Abbranco frammenti, parole nelle quali intravedo concetti soffusi che tuttavia risuonano piacevolmente. Mi sembra di intravedere scenari famigliari ma in prospettive nuove, mi pare addirittura di poter illuminare le forze che hanno determinato sin qui il mio tortuoso cammino.

Poiché al BarCamp di VeneziaCamp verrà presentato questo libro ci andrò con grande curiosità. So benissimo che al contatto con la realtà quest’aura potrà rivelarsi illusoria ma  vale la pena di provare.

Occasioni perse

I vertici progettano montagne che partoriscono topolini mentre dalla base emergono le innovazioni più eclatanti. Questo è uno dei tratti più distintivi del nostro tempo ma l’evidente novità sortisce pochi effetti … friddo ‘e chiammata

In giugno uno studente ha l’intuizione di proporre un canale YouTube EDU per l’offerta di contenuti educativi, si offre, si dà da fare e propone un progetto.

Oggi trovo in rete un post sull’argomento dal quale si apprende che…

Dopo il successo riscontrato dall’iniziativa negli Stati Uniti, arriva anche in Italia – come pure in Francia, Olanda, Spagna, Gran Bretagna, Russia e Israele –  YouTube EDU, un canale on line interamente dedicato ai contenuti educativi delle Università del nostro Paese.

Naturalmente …

Antesignani dell’iniziativa sono i campus americani (e non solo), da Stanford alla UCLA, da Berkley al Massachusetts Institute of Technology (MIT), che hanno reso disponibili online numerosi video che raccontano la vita dei campus o che riprendono importanti conferenze. Non solo filmati promozionali,  dunque, ma materiale audio-video capace di proporsi come contenuto formativo e informativo, che sia strumento di dialogo, di scambio e promozione culturale.

La sezione Italiana  offre al momento soltanto il canale dell’Università Bocconi e quello del Politecnico di Milano.

Ah dimenticavo, non è stato ritenuto opportuno di dar corso all’iniziativa del nostro studente …

Elisa, una mia studentessa, mi ha scritto la seguente lettera:

SALVE PROF..

volevo solo dirle che dopo la lettura del suo pamphlet, qualcosa è cambiato…faccio ancora parte di quel 90 % di utenti che sfruttano la rete senza collaborare perchè “stare on-line”, mi risulta ancora difficile, però volevo dirle che grazie a lei oggi ho creto un nuovo blog, con la speranza di farlo entrare in me e di inglobarlo in modo tale da dimenticarlo come dice lei.
Le scrivo però per dirle che c’è anche una cosa negativa in tutto questo, ed è il fatto che sto diventanto scema saltando da un link all’altro, attraverso i blog che ho letto per farmi un’idea su che cosa scriverle per il testo d’esame…allora l’iter mentale che ho seguito è stato pressappoco questo:

  • connessione reti
  • mente alveare
  • e-learning
  • The Augmented Social Network: Building identity and trust into the next-generation Internet by Ken Jordan, Jan Hauser, and Steven Foster
  • Pierre Levy e l’intelligenza collettiva
  • e potrei continuare con mille persone che popolano il web e che hanno scritto sopra ciò…

Il problema che avverto fortemente è che non riesco a dare un filo logico a tutto ciò …il mio famoso schema rigido scolastico, lo stesso che menzionava Martavara in un post  sui dialoghi del secondo capitolo, mi sta creando dei forti problemi di smarrimento… realmente non so trovare un filo conduttore in tutti questi argomenti e cosa ancor più grave non riesco a decidere se quello che leggo è OGGETTIVAMENTE GIUSTO O NO.. perchè? Leggo un post di un qualsiasi blog sull’argomento sopra menzionato e poi non riesco a non dare uno sguardo ai link che saltano fuori durante l’articolo e sistematicamente ti perdi nella galassia delle informazioni, (per non parlare dei blog in inglese).
Ecco, appena cerco un argomento di riflessione da cui iniziare subito vengo interrotta da altri argomenti correlati ed interessanti….passi da un approfondimento ad un altro e tutto ciò è frustrante….non riesco a dargli un ordine….

Volevo scriverle un post sul suo blog perché penso di non essere la sola però poi ho pensato che era meglio parlarne con una mail [ ... ed io riporto la discussione qui perché effettivamente può aiutare altri N.D.R.].
Help! Forse sbaglio qualcosa o il problema è che sono troppo ignorante e devo tenermi al passo con i tempi e non avendolo fatto fino ad ora non riesco ad orientarmi?
Grazie!

zolleCara Elisa,

stamani stavo rimirando con soddisfazione l’opera di zappatura che avevo appena terminato quando mi è venuto in mente di controllare sul BlackBerry se vi fosse qualche messaggio.

Ecco, quando ho letto del tuo smarrimento ho provato esattamente la stessa soddisfazione di quando poco prima guardavo la distesa di zolle rovesciate una per una con paziente fatica.

Riflettiamoci un attimo. L’appezzamento zappato genera soddisfazione dal punto di vista del contadino ma dal punto di vista del lombrico, del grillo, delle formiche, delle tante erbe che vi si trovavano, insomma di quella miriade di organismi che popolavano quell’appezzamento si è trattato invece di un disastro, una vera e propria devastazione!

Perché un uomo deve fare fatica per fare un lavoro che sembra addirittura un’opera di distruzione? Quale bene ci può essere nel sostituire il caos ad un ordine preesistente?

Oggi l’agricoltura si avvale di tante conoscenze scientifiche ma la pratica di mettere a soqquadro la superficie della terra per favorire la crescita di nuove piante è plurimillenaria e risale agli albori della nostra civiltà. Si sa che per far germogliare nuovi semi è molto utile rimescolare la terra con tutti i prodotti di decomposizione delle piante preesistenti e con nuove sostanze organiche, tutto in una caotica commistione.

Questo è un po’ quello che faccio quando spingo i miei studenti, senza tanti complimenti, all’aperto, proprio laddove stai dichiarando di sentirti smarrita. Perché ti senti smarrita? Perché non trovi un filo conduttore, perché ti senti in obbligo di classificare tutto ciò che incontri in

OGGETTIVAMENTE GIUSTO O NO,

perché non ci ravvisi un ordine.

Ecco, codesta non è una situazione anomala, anzi, è la situazione normale. Il mondo non è percorso da fili conduttori, non è diviso semplicemente in cose giuste e sbagliate, non ha un ordine.

Fili conduttori, categorie, ordini sono artifizi che noi escogitiamo per venire a capo di una realtà che è sempre disperantemente complessa. L’ordine, anche quello matematico col quale vestiamo ciò che percepiamo, ha sempre valore relativo. Facciamo bene a festeggiare quando ravvisiamo un qualche tipo d’ordine perché questo aiuta ma non dobbiamo ingannarci ritenendo di avere trovato l’ordine vero. Può bastare cambiare di poco il contesto per stravolgere quell’ordine che era diventato un comodo e rassicurante salotto.

Allora, cosa è importante? Io credo che la cosa importante sia la tua capacità di valutare il contesto, cosa ti interessa nello specifico di quel contesto e la capacità di riconoscere le categorie e l’ordine utili per te in quello specifico contesto.

In Internet è molto facile vivere lo smarrimento che tu descrivi perché tutto è immediatamente a portata di mano ma lo smarrimento deriva dalla complessità del mondo e non da Internet.

Ti faccio un esempio  per chiarire l’idea. Recentemente ho trovato un amico con il quale mi pare di avere molte visioni in comune. Tuttavia è un uomo che ha interessi e conoscenze che a me sembrano sterminate e ti assicuro che mi coglie lo stesso smarrimento al pensiero di dovermi orientare in tutti quei territori. Questo mio amico non è Internet! È un uomo ed è anche un po’ più anziano di me e per quanto sia molto aperto verso tutto ciò che è nuovo, si è certamente formato nei modi tradizionali, attraverso la lettura, i viaggi e l’osservazione diretta del mondo. Come ogni uomo intelligente e curioso finisce con l’essere esso stesso un obiettivo aperto sulla realtà. Parlandoci vedi grandi parti di essa, scopri collegamenti che non hai ancora trovato e tonalità nuove.

Sta a te poi, piano piano con pazienza, a fare proprie queste visioni per costruire il tuo mondo. Anche Internet è un obiettivo aperto sul mondo, un obiettivo che magicamente ti fa accedere alla miriade di obiettivi di altre persone. Devi imparare a selezionare ciò che per te ha valore, non esiste un manuale che ti dica come procedere.

È difficile, lo so, ma è normale che sia difficile. È estremamente difficile per chiunque stabilire cosa sia “oggettivamente giusto”. Quando ero piccolo venivano tolte le tonsille a quasi tutti i ragazzi, al primo mal di gola. Io mi sono tenuto le mie perché ero figlio di un medico all’antica. Dopo una decina di anni questa pratica è scomparsa o comunque è stata molto ridimensionata. Cosa è dunque “oggettivamente giusto” a riguardo? Si possono fare innumerevoli esempi del genere.

L’incerto è la norma. Un medico può facilmente trovarsi davanti ad un quadro di sintomi ambiguo o incomprensibile, un  ingegnere sa benissimo che malgrado tutta la teoria e tutti i calcoli il suo ponte può crollare per una concomitanza di fattori imprevedibili.

Questo non significa che le teorie e gli studi siano superflui, sono assolutamente necessari ma certamente non sufficienti. La coscienza dell’imponderabile, l’attenzione al cuore oltre che alla ragione, la confidenza con l’inevitabile errore elevano l’uomo dalla pericolosa condizione di zelante applicatore di regole e protocolli.

La proposta di CIN@MED di cui hai forse letto in questo blog costituisce per esempio un tentativo di fare alzare agli studenti un poco la testa dai libri e guardare verso le inevitabili incertezze che la professione riserverà loro. Di sicuro le proiezioni cinematografiche  e le relative discussioni non procureranno loro facili ricette e sicuri criteri di comportamento, anzi potranno spaventare per la complessità e la pesantezza dei temi.

Smarrimento, spavento, non possono essere omessi da un percorso di formazione e lo studio deve costituire una base di partenza e non un rifugio.

Concludo con un suggerimento pratico. Quando girovagando in Internet, senti montare lo smarrimento, affidati alla lettura di qualche classico, conversa con qualcuno dei tanti grandi autori che hanno avuto il dono di saper narrare il mondo. Vedrai che alternando il vagabondaggio con la frequentazione di sicuri punti di riferimento troverai spontaneamente il tuo filo conduttore e l’ordine a te congeniale.

CIN@MED: precisazioni

I giusti commenti fatti al post precedente su CIN@MED e scritti in varie email che ho ricevuto mi inducono a scrivere alcune precisazioni.

  • La fonte di informazioni principale su CIN@MED è il suo blog.
  • Nel primo semestre vi saranno quattro proiezioni con successiva discussione (14:30-17:30) secondo l’orario specificato in CIN@MED.
  • Il prossimo semestre vi saranno altre proiezioni e i curatori di CIN@MED hanno in mente una serie di titoli ma ci si aspetta che delle proposte vengano fatte da voi studenti. È per questo che è importante che utilizziate liberamente lo spazio di discussione disponibile nel blog CIN@MED. Potete iniziare sin da ora, esprimendo opinioni sui titoli proposti o rilanciando subito.
  • CIN@MED è una Attività formativa Professionalizzante obbligatoria per gli studenti di medicina del II anno. Tuttavia la partecipazione è aperta a tutti.
  • Sul blog CIN@MED chiunque può scrivere post oltre che commenti a condizione che sia iscritto a WordPress.com. Quindi per partecipare dovete fare un account in WordPress a questo indirizzo. In questo video ci sono delle brevi istruzioni del sottoscritto.

Ecco CIN@MED!

Ragazzi, non ci crederete ma è vero! Nella Facoltà di Medicina si studia, oh sì, e tanto … Ma non solo: si va anche al cinema! E non è finita qua: in certe circostanze e partecipando davvero ;-) si possono addirittura prendere dei crediti!

Tranquilli, non sono ubriaco, è tutto verissimo.

Leggete per bene qui di seguito il brano che ho tratto dalla sezione “In due parole …” del blog e poi andate a visitarlo …

I problemi attinenti allo studio troppo teorico, al limitato impiego del problem solving, allo scarso esercizio della riflessione nell’apprendimento formale sembrano quasi irrisolvibili nel contesto di un’università di massa che deve affrontare le ardue sfide poste dalla società della conoscenza.

Nell’ambito della medicina la faccenda si fa ancor più complicata, date la complessità e le incertezze proprie di ogni attività di cura, in particolar modo quando questa concerna il benessere dell’uomo.

In situazioni del genere si vorrebbe disporre di una bacchetta magica. Da qui l’idea di utilizzare una magia, anzi due magie, quella del cinema e quella di Internet, per condurre gli studenti non solo a pur necessario, matto e disperato studio ma anche a riflessione su ciò che la cura dell’uomo sofferente comporta e che non può esser compreso con il solo studio.

Da un lato la magia del cinema che, come ci insegna Stefano Beccastrini deriva dall’esser specchio della vita, crea un luogo virtuale dove poter rivivere situazioni reali; dall’altro Internet capace di creare magici cortocircuiti fra menti accomunate da aspettative simili.

Questo è, nelle intenzioni, CIN@MED.

In pratica CIN@MED è

  • Un ciclo di quattro proiezioni cinematografiche con relativa discussione finale presso l’aula B di Biochimica della Facoltà di Medicina di Firenze, secondo il programma specificato nella colonna a destra.
  • Il blog, luogo destinato a lasciar fiorire le riflessioni emerse nelle discussioni successive alla visione dei film ma anche quelle rimaste inespresse per incertezza, timidezza o mancanza di tempo, oppure quelle germogliate successivamente; il blog allo stesso tempo luogo dove possano anche emergere proposte e suggerimenti per ulteriori proiezioni da realizzare nel corso del II semestre, consentendo così  agli studenti di dar vita al percorso medesimo e non solo di marciare lungo vie già tracciate.
  • Una Attività Formativa Professionalizzante obbligatoria per gli studenti di Medicina del II anno che comporta la partecipazione a tutti e quattro gli eventi previsti nel I semestre e l’iscrizione a questo blog. Iscriversi significa fare un account in WordPress.com, cosa facile e gratuita. Se volete potete prima dare un’occhiata a questo video per vedere come si fa. In questo modo il blog vi offre la possibilità di inserire subito post, come se fossero messaggi. Tutto questo per facilitare la discussione che siete molto sollecitati a fare.
  • Un piccolo ma non trascurabile capitale per gli studenti delle lauree triennali che hanno l’insegnamento di informatica al I semestre e per gli studenti del I anno di Medicina che avranno tale insegnamento nel II semestre.

Ed ora andate a vedere …

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Sta arrivando CIN@MED …

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Percorso di formazione ad un sapere riflessivo nella professione medica attraverso l’uso dei film

Matematica e scuola

Problemi personali poco simpatici quanto ineludibili mi obbligano a limitarmi agli adempimenti.

Aspettanto che passi ‘a nuttata trovo consolazione in letture amene. È la volta di

More about Il cammino della matematica nella storia

Un libro delizioso, scritto da Stefano Beccastrini e Maria Paola Nannicini, che offre numerosi spunti per collocare storicamente il pensiero matematico nell’insegnamento della matematica nella scuola primaria.

Quella dell’insegnamento della matematica è una questione che mi ha sempre turbato e ogni tanto ci ritorno perché la matematica è fondamentale per la soluzione di problemi di ogni tipo nella vita privata e nel lavoro, perché è una formidabile palestra del pensiero e perché è bellissima. E invece, come dicono gli autori di questo libro, è la cenerentola delle materie.

La suddivisione dello scibile in materie ben distinte, e principalmente la suddivisione fra mondo umanistico e mondo scientifico,  è probabilmente una delle cause principali, anche se non l’unica, dell’inadeguatezza della scuola a formare cittadini pensanti e non solo abili (più o meno) a fare un mestiere.

Non si dovrebbe parlare di materie bensì di prospettive. Non dovrebbe essere tanto importante cosa insegnare ma insegnare a vedere qualsiasi cosa dal maggior numero di prospettive possibili: la prospettiva storica, la prospettiva matematica, la prospettiva geografica, letteraria, sociale, politica e via dicendo. In altre parole, si dovrebbe insegnare che non è mai tempo perso quello speso a risalire una connessione insospettata con un mondo del tutto diverso. Non è tempo perso nemmeno quando a causa di tali diversioni si rischia di non finire il programma.

Per l’appunto, la matematica, alla fin fine, nient’altro che di questo è fatta: connessioni fra mondi apparentementi lontani. Connessioni perfettamente e minuziosamente definite e quindi spesso faticose da conquistare; connessioni che generano stupore, piacere estatico; connessioni senza le quali ciò che conosciamo come tecnologia non avrebbe mai visto la luce.

Ecco, a me sembra che la proposta di Stefano e Paola vada in questa direzione prendendo le mosse dal momento più importante, quello nel quale gli insegnanti accompagnano i bambini nei loro primi passi in quella che dovrebbe essere una passeggiata in un bosco incantato anziché in un labirinto pieno di mostri dispettosi.

Viareggino fra i lucchesi

Non riesco a metter mano a nessuna delle varie cose che mi pareva di voler fare, oppresso dagli adempimenti che in ottobre sempre montano e che quest’anno mi paiono più uggiosi che mai.

Così finisce che il più delle volte, espletati gli adempimenti, vado a farmi raccontare storie, in questo periodo da Mario Tobino.

Traggo dal racconto “Capitolo nero” in

More about Sulla spiaggia e di là dal molo

I lucchesi pensano sempre al denaro, i viareggini non ci resistono, la loro mente si perde in vaneggiamenti, in sogni. I lucchesi hanno il cerchio delle mura, che è contornato da un cerchio di monti,  da secoli lì ruminano monete, tentati dalla lussuria e spaventati dal peccato, ugualmente bramosi di afferrare e consapevoli dell’odiata morte che li farà vuoti di ogni possesso. I viareggini hanno il mare, la spiaggia è molle e aperta, non conosce né insenature né scogliere. I lucchesi sono delle volpi, il commercio è la loro massima passione; i viareggini ci si annoiano e non lo sanno esercitare, un astuto negoziatore è guardato con irritazione, con uggia, quasi un traditore, uno che tende brutti lacci all’abbandono giocoso della vita. I lucchesi sanno stare in silenzio, calcolando dentro la testa, non si mettono a chiaccherare, chi si confida è da loro considerato un baggiano da giustamente gabbare. I lucchesi non hanno amici, non credono esista l’amicizia, la simulano per trarne beneficio. I viareggini stanno volentierissimo insieme e all’aperto, la loro casa è la strada, le loro porte sono spalancate che ci entri l’aria, la luce, gli amici; i viareggini non sopportano di stare nel chiuso, al contrario dei lucchesi che si aggirano cauti nelle loro strette, buie, contorte strade, fitte e zeppe di muri e muraglie, a loro volta fasciate dalle alte mura delle città, dai bastioni. E intorno il cerchio, l’anello dei monti, quasi che quel posto sia l’unico stato della terra. l’unico vero governo, al di là delle mura e di quei monti, l’albergo del diavolo.

I lucchesi hanno una educazione, si comportano, specie nella loro città, con cautela; per le strade camminano in silenzio non scontrando né questo né quello, non guardano con spalvaderia né con sfida, dentro la loro testa attentissima l’ipocrisia e la prudenza, non sprecare le forze in esterni atteggiamenti, che non ottengono altro che danno. I lucchesi sono risparmiatori al massimo; in quel cerchio di monti che li serra, dentro la serratura delle mura non penetrano soffi di novità, siano queste nefaste o apportatrici di bene. Essi conservano tutto e sopra ogni altro l’esperienza, che dice di stare nella misura, anzi al di sotto di questa, fare il passo ancora più breve di quello che la gamba potrebbe compiere con facilità. I lucchesi non hanno cultura letteraria, umanistica, scientifica, né desiderano impadronirsene, sono soltanto educati di maniere, esatti nel loro mestiere, ricchi di consuetudini. Essi ignorano che esista il genio, non riconoscono il talento, non vogliono neppure sapere dell’estro. Stimano ed anzi adorano chi eccelle nei negoziati. Tutte le volte che in Lucca nasce un uomo di qualità, se ne deve andare poiché essi non lo lasciano respirare, gli tolgono l’ossigeno, ignorandolo. I sogni, le fantasie, i furori di grandezza, di gloria, di generosità, il programma di una felicità futura, sono dai lucchesi giudicati giochi di bambini o di dissennati o di fannuloni o di volgari imbroglioni. I lucchesi aborrono il teatro, odiano che sulle scene si rappresenti la vita come è, che il ladro lo si veda che rubi, il prete che non ci crede, l’avaro sia mostrato nella sua miseria. I lucchesi stanno rinchiusi in casa, dove non ricevono nessuno, neppure i conoscenti.

I viareggini sono ignoranti, non solo senza cultura ma anche maleducati, i loro modi sono troppo aperti, con molto dello spavaldo, del senza ritegno, dello sfaccendato, del fannullone che neppure si preoccupa dell’accuratezza del vestire, e, d’un tratto, invece è tutto dipinto da damerino settecentesco, teatrante e vanitoso. Il viareggino fa come la natura di Viareggio in primavera, dalla burrasca alla incantata trasparente notte di stelle.

(Versione italiana)

Abstract, A kind of introduction

Beginning to look at numbers

After the kind of introduction it would be natural to give some details about methods and tools but  I prefer to further clarify what we are about first.

I’m reporting data relative to an online class of 21 students who were teachers of primary and secondary schools from all over Italy. The class was about using digital technologies in teaching activities and took part of a three-years graduation in an all-online university called Italian University Line based on the cooperation of five italian universities

and a National Agency devoted to the research and development in education: Agenzia Nazionale per lo Sviluppo dell’autonomia Scolastica .

This is the class where the blogroom method was most successful. The students reported this experience as a very rewarding one and all had the feeling to have learned a lot of things in a meaningful way. Furthermore, they felt to be engaged in a community.

The impression of having learned a lot of things is remarkable because the course was organized in a very loose way. I did not declare a “program” as a list of contents but I suggested a number of objectives, partly to be determined in function of the experiences and the needs of students. I claimed that contents would emerge from activities and that the whole course had to be thought of as a path, not necessarily the same path for all the students.

The case of this class was advantaged by the small number of students with respect to the majority of my classes which may reach more than 200 students. However there were also strong adverse factors, such as the busy life of adult students and the 100% online nature of the course, that made the experience significant.

The thesis I’m anticipating here is that, the perception of meaningfulness claimed by the students has to be advocated to the  emergence of a living community, very much akin to a community of practice, a context where the learning process is substantially improved.

The idea is therefore to use this class as a kind of reference to be compared with other classes, in order to understand the most significant factors affecting the learning experience.

The formal part of this course consisted in eight assignments where the students were required to write a short essay or to comment about a specific activity. Therefore, in the conventional perspective, each student was supposed to produce eight posts on its blog, meaning a total of 168 posts for all the students. Instead, the students, wrote 484 posts meaning that 316 posts have been written spontaneously. In other words, we can say that the students wrote about 23 posts each instead of eight.

One could wonder how much pertinent these extra 15 posts per student are. Here comes another reason I have chosen this class among many others. These students are in the range 30-50, therefore they usually have families duties and a job. That is to say that these are highly motivated people and, actually, almost all the posts concerned the topics of the course. Having said that, I do not mean that students are blamed for broadening the subjects of their posts, and very often their blogs are quite reach and colored, indeed. However, for what I’m trying to show here, it is good to know that the extra posts had a high probability of being “meaningful”.

So far, it appears that those 21 people did a great deal of work producing a 200% more of what it was expected. Even if this statement has some value and can be used for comparison with other classes, it is worthwhile to look at the results in more detail.

First of all, the average result may be a significant estimator of the global performance of a class but it is a very poor estimator of individual performances that are by no means homogeneous. Let us look at the distribution of number of posts per student. In reality, the figure shows the number of posts for each blog. In all cases this corresponds to the number of posts per student except in one case were two students shared one blog.  The point is the first one at the left. Keeping this exception in mind, in what follows I will refer to the number of posts per student.

f1_plot_IUL_esplicitaWe see that there are very large differences among the students. As a matter of fact, we found that the 484 posts were distributed among 143 “due posts” and 341 “extra posts”. This is due to the fact that the five students at the right wrote less then eight posts for a number of reasons: some had still to finish at the time of data uptake and some others needed a reduced number of credits for this course. Fifteen students wrote more than the minimum of eight posts, and about half wrote more the double of the required posts.

The 70% figure of “extra posts” (341 over 484) can be thought of as a measure of the community effect, in some way. In fact, it is well known that when a population is just free to undertake something or to contribute actively, the so called 1-9-90 rule holds true. That is over 100 people, one starts contributing, 9 follow the first one and the remaining 90 just look at what’s going on. These last people are the so called lurkers in the Internet. According to such a rule, the plot should be quite different, showing perhaps one or two outstanding contributors and the rest with just eight posts. The plot should therefore be completely flat except for a very narrow peak at the extreme left, instead of being almost triangular.

However, even if the distribution of posts gives an idea of the contributions exceeding the required minimum, we still miss the most important side, which is represented by comments exchanges among the students.  In order to get a visual feeling of such kind of activity it is useful to look at the sociogram of the blogroom.f1_gplot_IUL_esplicita

The sociogram shows the connections among the participants as well as their role. The existence of a line between two nodes means that at least one of the participants relative to that nodes made a comment to the other but it may also mean that multiple comments in both directions were made. Red nodes represents students belonging to the class, blue nodes students from other classes, green nodes educators external to the class that got involved in the blogroom, the light blue one is me, the teacher. The layout of the sociogram was determined by means of an algorithm called “Multidimensional Scaling (MDS)”, which is capable to discriminate somewhat the role of different actors in the network solely on the base the connections.

Actually, the MDS algorithm did a pretty nice job by placing the most active actors to the right and the less active ones towards the left side. However, the most relevant point is the amount of connections among the nodes and, in this respect, it is worthwhile to compare this sociogram with the extreme simulations I  showed in the introduction, were a conventional class and an almost all-connected classes were represented.

The star-like sociogram describing a conventional class is compatible with the plot of the number of posts. At most, we cold add arrows towards the teacher to say that the students produced a significant amount of contents and that this fact made a difference for the teacher.

This represents a conventional were the students produce such a lot of information that the teacher begins to notice it …

This diagram represents a conventional class were the students produced a lot of content, beyond what was required by the teacher.

We could call this a kind of high-performance class with highly performant students but there isn’t any “network effect”, everybody is just working harder, both the students and the teacher. Instead, in our blogroom a great deal of communication took place among the members.

The sociogram of our blogroom gives a spatial perception of the web of connections but it is interesting to go further by quantifying those connections. We can do this by plotting the number of comments that have been made or have been received and, eventually, some measures of the role played by different members in the network.

f2_plot_IUL_esplicitaThe first twenty points at the left represents students belonging to the class and are the same of the precedent plot about the number of posts. The nine points at the right side are relative to students belonging to other classes or educators that engaged spontaneously in the blogroom. The last point at the right is the teacher. The number of posts written by these last members (black line) is not plotted.

The black line corresponds exactly to that of the precedent plot. The difference is that here are reported data for all the members of the blogroom and not only the students, such as students not belonging to this class or educators that became interested in the activities of this blogroom. For these new members the number of posts in their blogs is not reported here so that the black line drops to zero towards right.

The red line shows the number of comments received from other members by each student. In the jargon of social network analysis this is the “indegree” value of a node. The green line shows the comments made to other members blogs by each student, that is the “outdegree” value. Indegree and outdegree are measures of  “centrality” of a node, that is the relative importance of that node in the network. In our case, a high indegree describes a prestigious actor and a high outdegree an outgoing one.

There is a rather loose correlation among the number of posts, the number of received comments and that of written comments. There are people that wrote quite a large number of posts but experienced few contacts with respect to others who wrote a comparable quantity of posts. Conversely, there are someone who preferred to comment others blog instead of writing on its own. Such particular behaviours are worthwhile of careful consideration because they may reveal interesting approaches as well as potential problems. It is difficult to follow all the interactions that are going on within the blogroom, thus this kind of representation may be useful detect relevant situations.

Even more interesting is the quantity plotted as a blue line: the so called betwenness, another measure of centrality which takes into account how much a node “is between” other nodes. The following picture taken from the article Centrality of Wikipedia (in this article you can find also the rigorous definition of betwenness centrality) gives an intuitive idea:

Color (from red=0 to blue=max) shows the node betweenness. Image downloaded from article <a href=

Color (from red=0 to blue=max) shows the node betweenness.

Together with the degree measures of centrality, betwenness is among the “classic” parameters of social network analysis since it was introduced in the seventies, however it is still considered a very effective measure of centrality. The difference with respect to the degree measures of centrality is that these are local, counting how many nodes are connected to a node, whereas betwenness measures how many paths among couple of nodes a node is intercepting, were the nodes may be also many steps apart.

That is, betwenness measures how much a node is connecting different parts of the network and not only neighbour nodes. Actually, I found that this centrality measure was very good at detecting the most active students.

A node with high betwenness acts as a sort of catalyst enabling the spread of  a 1-9-90 kind of participation towards a broader distribution. Thus, the high-betwenness nodes may play a crucial role for the blogroom life. We can think to that nodes as “key nodes” to which it is worthwhile to pay attention in order to facilitate the rise of the community.

It is not to say that those students associated to “key nodes” necessarily will get high grades. This may happen but it is not the point. It is to say that the teacher should spend some time in facilitating the action of “key nodes” because this may foster the health of the whole network improving, in turn, the participation of all its members.

I foresee to use betwenness in much larger classes, where it is difficult to become aware of all potential “key nodes” in time. I would like to detect those nodes at an early stage so as to exploit their potential before the class is going to finish.

The instrumentarium of social network analysis is extremely reach and with the simple examples I have made we have only scratched the set of possibilities. Of course, abundance of possibilities does not mean certainty of success but it is worthwhile to explore them provided we stick to this objective: devising methods to nourish the community in the blogroom giving rise to an experience of meaningfulness in its members.

In successive posts I will tell about other ways to look at blogrooms and as well as about the methods I’m applying.

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